La velocità inaridisce

 

 

Oggi mi rivolgo a coloro che lavorano in ambienti basati sulla “velocità di esecuzione”.

Molti di noi lavorano e vivono in un mondo in cui la velocità sembra essere l’unica variabile in grado di determinare il successo o l’insuccesso nella vita: in molti ambienti, oramai, si fa perno proprio sulla velocità d’esecuzione per competere efficacemente.

Essere veloci può essere necessario non solo per mantenere o creare un vantaggio competitivo, ma anche a causa della quantità di attività che ogni individuo deve gestire: sempre meno persone devono, purtroppo, eseguire un sempre maggiore numero di “task”.

Correre sempre ha, comunque, delle controindicazioni: scarsità di tempo per riflettere su cosa si sta facendo, peggioramento dell’attitudine all’ascolto, diminuzione della voglia di immedesimarsi nel prossimo,  diminuzione della voglia di aprirsi per ricevere quello che potrebbe venire donato in una conversazione, mancanza della volontà di investire tempo per dare aiuto a chi ne ha bisogno.

Quando penso a questo argomento, immagino un ciclista professionista che pedali al massimo delle proprie possibilità, con l’aria sulla faccia che gli asciuga la pelle, concentrato totalmente sull’efficacia della pedalata per raggiungerre la massima velocità: gli occhi puntati esclusivamente sulla strada per evitare ostacoli e buche, le mani avvinghiate sul manubrio per tenere la direzione corretta e il corpo accartocciato per offrire meno resistenza possibile al vento. Concentrazione totale sull’esecuzione tecnica del gesto, grande lavoro mentale per cancellare tutto ciò che potrebbe inficiare il risultato finale.

Non sente i profumi che lo circondano, non vede i panorami meravigliosi che attraversa, non gusta la maestosità dei tramonti: questo è, peraltro, il modo corretto per affrontare un’attività molto impegnativa e a tratti molto pericolosa come quella del ciclismo su strada.

Inoltre, quando si è lanciati alla massima velocità, risulta molto difficile fermarsi di colpo; questo per dire che spesso è davvero un’impresa non contagiare la nostra sfera di vita privata con comportamenti che, anche se utilizzati con successo durante le “working hours”, diventano assolutamente pericolosi fuori da quel contesto.

Il nostro cervello è uno solo: non abbiamo la possibilità di indossarne uno per il tempo che dedichiamo al lavoro e, ad esempio, uno diverso per il tempo che passiamo con gli amici o i nostri Partner.

Dobbiamo, quindi, imporci di evitare che il modo di pensare che utilizziamo durante la nostra giornata lavorativa, caratterizzata dalla velocità, forgi anche il modo di ragionare che utilizziamo nel privato.

Cambiare schema mentale diventa energeticamente dispendioso, se abbiamo già speso gran parte delle nostre forze nelle nostre attivià lavorative;  quindi per comodità, anche quando abbiamo smesso di lavorare, eseguiamo nel cervello  gli stessi programmi che ci sono stati utili in un contesto diverso da quello della nostra vita privata, provocando così  gravi danni relazionali.

 Io credo fermamente che si possa e si debba cambiare totalmente il modo di ragionare quando si rientra nella sfera privata: basta essere convinti di volerlo fare.

Qualche giorno fa ho avuto un lutto in famiglia, ed ho mandato una mail ad un collega, con cui lavoro fianco a fianco tutti i giorni, spiegando l’accaduto e chiedendogli la cortesia di dirigere lui, al mio posto, un meeting a cui non qavrei potuto partecipare causa funerale.

La risposta alla mia mail è stata: “ok”.

Devo dire che manterrò la mail come esempio perfetto di quello che sto scrivendo e che già avevo in bozza da qualche tempo. Ma come è possibile inviare una risposta del genere a seguito di ciò che si è appena letto?

La velocità spesso inaridisce le persone, perché le costringe a mantenere la massima attenzione su ciò che stanno facendo senza distrazioni e per molo tempo: è importante essere consci di ciò per evitare di desertificare la propria anima.

Non è sbagliato eseguire con velocità determinati compiti, anzi: ma la nostra vita è una sinfonia ed ha bisogno, per essere gradevole, di variazioni di tempo.

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